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Quando l'erezione è poesia

Il Blog di Roy

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Accompagnatore matrimoniale

accompagnatore matrimonialeOggi ho un matrimonio e sono felice perché non è il mio. Non amo molto andare ai matrimoni di parenti o altre feste simili, preferisco più i funerali e i silenzi che ne scaturiscono. Al funerale sono me stesso, non devo sforzarmi per sembrare triste, forse per questo lo preferisco. Ma qui fungo da accompagnatore matrimoniale, questo è un matrimonio di lavoro dove sono ben pagato, quindi cambiano tutti i punti di vista. Accompagno una signora altolocata di Firenze al matrimonio di un suo collega di lavoro.

Amo questo tipo di lavoro, perche mi permette di vestirmi bene e assumere un aria da cavaliere per me insolita nella vita di tutti i giorni, per questo mi affascina e devo dire che mi riesce bene. Lei mi presenta ai suoi amici e colleghi come un vecchio amico, è un classico in questo tipo di servizio, tanto nessuno crederebbe che siamo fidanzati, o almeno in questo caso, visto che lei ha 55 anni, comunque lo da a intendere ed io mi comporto come se lo fossimo veramente. Mi prendo cura di lei, l’abbraccio, le verso da bere, la guardo con occhi dolci, le sto sempre vicino, l’accompagno ovunque appoggiando una mano educata sulla base della schiena, la proteggo, se mi vedesse mia madre già so cosa penserebbe, che sono un gran paraculo. Lo ero.

Stringo mani e mi stampo un bel sorriso idiota che mi accompagnerà per tutta la cerimonia. Credo che la mamma in fondo abbia ragione. Dopo un ora di sorriso forzato il mio viso aveva un espressione da ebete felice, andai in bagno, mi specchiai, e rivolgendomi a me stesso riflesso, mi dissi: ma che cazzo c’hai da ride!, al mio rimprovero spensi immediatamente quella specie di ghigno idiota per poi riaccenderlo immediatamente una volta tirato lo sciacquone pronto ad uscire.

Sorrido a tutti e nelle presentazioni racconto un sacco di balle su chi sono e cosa faccio, non era il caso di rivelare la mia vera identità da gigolo o accompagnatore matrimoniale in questo caso. Improvviso, recito, arranco, borbotto, mi arrampico sugli specchi, faccio discorsi senza senso ma lineari, come se volessi dire davvero qualcosa di sensato ai miei interlocutori e loro ascoltandomi, senza capire niente, meravigliati si arrendevano a cosi tanta scioltezza di linguaggio incomprensibile.

Ci sedemmo ad uno dei tavoli rotondi contrassegnati, poi con delle persone mai viste prima istaurammo un dialogo ricco di banalità e luoghi comuni, parlammo del tempo a Firenze e dei suoi cambiamenti, domani le previsioni hanno messo pioggia, qualcuno disse. Qualcuno si lamentò della politica e del traffico. la sposa è molto bella con quell’abito, i capelli raccolti le stanno benissimo, perché prima com’era?” pensai . Qualcuno notò che la poscette dello sposo era dello stesso colore del vestito della sposa, “esticazzi” pensai in silenzio, intanto versavo il vino alla mia signora che tronfia e con aria di sufficienza guardava i commensali mentre sedeva compiaciuta alla mia sinistra.

Tutto sembrava scorrere come da scaletta, amo il mio lavoro in questi momenti, è qui che mi fermo a riflettere su chi sono e cosa faccio per vivere, non so rispondere ad entrambi le domande, ma non importa, qualcuno mi paga per fingere chi non sono, e farsi troppe domande in questo momento equivale a perdere l’equilibrio sul filo della realtà.Tutto scorreva liscio, arrivò il momento delle foto di rito, la sposa con i suoi parenti, poi lo sposo con gli amici, poi ancora foto con persone sconosciute intraviste da qualche parte che sfacciatamente si proponevano. Per il fotografo non era il caso di porsi delle domande su chi fosse tutta questa gente dentro l’obiettivo, lui scattava e basta, tanto tutto sarebbe finito in un album fotografico pronto a farti sentire vecchio una volta sfogliato a distanza di anni. Arrivò anche il nostro turno, io e la signora, vicini, sorridenti di fianco allo sposo, pronti allo scatto del fotografo, “ciiiss” CLICK.

Poi un altra foto abbracciati con la sposa, poi ancora una con i genitori di lui, un’altra con la nipotina di lei, una con la zia di non so chi, una con il nonno di qualcuno, per fortuna che non avevano portato il cane, già vedevo la mia foto incorniciata dentro la sua cuccia, ne volevo fare anche una da solo ma non mi sembrava il caso chiederlo. Immaginavo gli sposi a distanza di qualche anno, li seduti sul divano a sfogliare l’album del loro matrimonio, lei incinta e un po’ anche lui, chissà perché quando uno si sposa tende ad ingrassare. Sprofondati nel divano sfogliavano i loro ricordi. Guarda qui tuo padre com’era elegante, dice lei. Guarda tua madre qui com’era magra, dice lui. Guarda questa continua lui, mio fratello era completamente ubriaco.

Lei all’improvviso scoppia a ridere puntando il dito su una foto del nonno che ballava con la nonna immortalato con una gamba sollevata. Che ridere. Poi sfogliando le pagine dell’album, vedono me, mi guardano un attimo, poi lui chiede a lei: è un tuo parente questo? No dice lei, pensavo fosse tuo. E la domanda in loro sorge spontanea: ma chi cazzo era questo? Booo, andiamo a dormire che è meglio. Ma ritorniamo al matrimonio. Dopo le foto di rito, un gruppo musicale bit, che ricordavano molto la fine anni settanta e inizio anni ottanta, munito di parrucche e abiti succinti pieni di paiett, iniziarono a suonare. La musica che ne usciva mi riportò indietro nel tempo, avevo 16 anni e andavo a scuola con il mio motorino “ciao” capelli lunghi biondi mesciati, avevano contribuito al mio soprannome “Sandy Marton” il cantante capellone di “people From Ibiza” Quanti ricordi di quell’epoca modaiola, rivoluzionaria e piena di progetti.

Sono stanca, andiamo? Dandomi un colpettino alla spalla la signora mi riportò al momento che stavo vivendo interrompendo di colpo le mie reminiscenze adolescenziali e musicali. La riaccompagnai a casa e dopo aver preso i soldi ripartì verso casa felice di come erano andate le cose. Nel tragitto di ritorno come al solito i miei pensieri cominciavano a volare. È il momento più bello, solo nell’abitacolo chiuso impregnato di pensieri sottovuoto. Pensai al matrimonio, pensai all’unione di un uomo e una donna per sempre, “per sempre”, questa frase non riuscivo a digerirla, “per sempre”, come si può prendere sul serio il “per sempre”, quando nulla è per sempre, io sono per adesso, al massimo per domani, non ho mai posseduto una qualsiasi cosa per sempre, è tutto passato, svanito, dimenticato.

Penso alla mia prima ragazza che ero convinto di amare tanto, avevo 18 anni ed ero felicissimo accanto a lei, pensavo ingenuamente che fosse stata per sempre, proprio come la mia prima auto che adesso faccio fatica anche a ricordare, credevo che tutto quello che era bello sarebbe durato per sempre come fermo nel tempo, come quando blocchi un video che stai guardando e ti accorgi che gli attori così belli nel film su quella pausa apparivano brutti e con espressioni mai viste prima su di loro. La vita deve scorrere senza pause, non bisogna bloccarla come in una moviola, tutto è in evoluzione, tutto è in cambiamento, tutto è una corsa attraverso il ritmo della vita, nulla è per sempre, nessuna donna è per sempre, nessun oggetto è per sempre, nessuna casa è per sempre, solo un ricordo, un dolore, uno sguardo, potrà essere per sempre.

Ricordai il matrimonio del mio amico Claudio, avevo 25 anni all’ora e lui 28. Si sposava con Paola, una ventiquattrenne tutto pepe, di lei si vociferava che ne volesse prendere sempre tanto, insomma che non le bastava mai. Non sono molti gli uomini che possono accontentare certe donne, ovvero che possono darne sempre molto per tanto tempo. Quando si sposa una come Paola, speri che quello che puoi darle le basti, altrimenti non devi offenderti se lei al primo tuo cedimento se lo vada a prendere da altre parti. Ma ormai per Claudio questi sono pensieri a bocce ferme, il loro bambino nascerà tra sei mesi e lui era innamorato pazzo. Qualche voce maligna vociferava anche sulla sua paternità, sinceramente credo che qualche dubbio lo avesse avuto anche lui, ma non voleva dare questa impressione, ormai lei sarebbe stata sua moglie e lui il padre del bambino e qualsiasi cattivo pensiero o dubbio sarebbe svanito con la serenità del loro matrimonio.

Ricordo che tutto proseguì nel segno dell’allegria e del cibo cattivo ma abbondante, gli scherzi si susseguirono ad oltranza, e noi tutti, i suoi più cari amici ci divertivamo a stemperare una cosa così importante chiamata matrimonio. Ricordo tra di noi Gianni, amico di infanzia, grande play boy e sciupa femmine. Le donne la sua malattia, la sua droga, il suo scopo in questa terra. Perché Gianni era uno di quelli portati a spasso nel mondo dal proprio pisello, la sua vela eretta e gonfia era spinta dal vento della fica e lui non ci poteva fare niente. E a volte il destino ci mette lo zampino, infatti erano tutti preoccupati dell’assenza di Paola e di Gianni, che in un momento di allegria generale si erano appartati dentro qualche toilette.

Claudio diventò subito serio in viso vista la sua assenza da venti minuti e andò a cercarla, ma lei apparve immediatamente con un bel sorriso sprovvisto di trucco. Gianni poco dopo se ne andò e la festa proseguì come se niente fosse successo e tutti compreso Claudio fecero finta di non aver capito. Poi furono brindisi e fotografie, sorrisi e viva gli sposi, tutti ubriachi di allegria, alcol e spensieratezza. Poi a sera salutammo gli sposi mentre in auto e con i barattoli legati dietro sparivano lungo il viale.

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